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LA PRIMAVERA DEL BOTTICELLI 
 
Tra i capolavori più misteriosi della storia dell'arte italiana appare il capolavoro di Sandro Botticelli (1444/5-1510) intitolato “Primavera”. Di questa bellissima tavola eseguita attorno al 1482 (oggi al museo Uffizi di Firenze), non si è assolutamente certi nemmeno del committente, ma si ritiene sia stata commissionata da Lorenzo il Magnifico in occasione delle nozze di suo cugino Lorenzo di Pierfrancesco con Semiramide Appiani (avvenuto nel 1485). Qui la dea dell’amore Venere, la cui festa tra gli antichi romani cadeva in primavera, ha un ruolo fondamentale. Ella fu la figura mitologica più amata dai neoplatonici della corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico (gruppo di cui il Botticelli faceva parte), in quanto ben si prestava ad esprimere il pensiero di Platone riguardo all'amore come unica forza motrice della natura. Le allusioni simboliche cristiane tanto amate nel XV secolo, fecero però in modo che in seguito divenne un vero rompicapo per gli studiosi d'arte scoprire il tema iconografico delle opere pittoriche. Con i miti greco-romani completamente reinterpretati per unire alla saggezza antica quella cristiana, i significati attribuiti ai dipinti tratti da pensieri espressi in libri quattrocenteschi vari, spesso si conoscevano solo dentro uno stretto giro di persone (a contatto in qualche modo con il quadro).  
Risulta però chiaro dalla posa della stessa Venere in questa tavola, che il Botticelli volesse dire molto di più che semplicemente alludere alla stagione degli amori. Come si può ben notare nel dipinto la dea della bellezza e dell’amore indica con la mano il gruppo delle tre Grazie danzanti e questo ci prova che è un’altra donna la vera protagonista del dipinto. Chi potrebbe essere? Sicuramente una giovane sposa visto che nel Quattrocento era usanza tra i ricchi signori regalare quadri come dono di nozze. Potrebbe essere quindi Semiramide Appiani, la sposa di Lorenzo di Pierfrancesco, la quale nella “Primavera” di Botticelli non solo viene indicata da Venere, ma anche dalla freccia lanciata da Cupido che vola sopra la testa della dea; se si traccia una linea immaginaria seguendo la partenza della freccia, si nota infatti che punta dritto verso una delle Grazie danzanti, esattamente quella centrale. Zefiro, il vento di primavera, afferra la ninfa Clori ricoperta di soli veli e mentre la feconda (dalla bocca della dea fecondata escono fiori), questa divinità porge anch’essa le mani verso il gruppo centrale; Flora, dea romana della primavera, sta spargendo fiori e la mano che li estrae, è posta sempre in direzione della Appiani per far immaginare altri fiori lanciati verso lei. Le tre Grazie stanno danzando ma solo quella centrale (Semiramide), volge lo sguardo verso Mercurio, il quale potrebbe (secondo alcuni studiosi) avere i tratti dello sposo.  
La scelta del dio Mercurio (posto in disparte con il volto rivolto al cielo) è avvenuta senz’altro non come messaggero degli dei (la nomina più famosa a lui attribuita), ma per via del simbolismo del suo caduceo. Egli tiene infatti il suo bastone magico verso l’alto immergendolo nelle leggere nubi che si affacciano nell’opera come per dissolverle. Le nuvole sono ovviamente un simbolo di difficoltà e il dio rappresenta in alchimia la concordia, ovvero la pace, un paragone efficace quindi con lo sposo che accetta di imparentarsi con una famiglia avversaria per mettere pace tra famiglie rivali in affari.  
Molte sono comunque le teorie su come leggere questo dipinto, ad esempio il critico d'arte Federico Zeri pensò che la fonte letteraria fosse stata presa da un passo dei “Fasti” di Ovidio, in ogni caso essendo sicuramente un dono di nozze, l'unica cosa di cui possiamo essere certi è che esso venne destinato a qualche coppia di sposi di fine XV secolo.  
(FAGR 8-1-14)