PITTURA OMNIA 
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IL BRONZINO E LE RIME BURLESCHE 
 
Agnolo Allori detto il Bronzino fu un grande pittore rinascimentale e come molti artisti del suo tempo, si dilettava anche a comporre versi per divertire i signori del suo tempo.  
I salterelli dell'Abbrucia sopra i Mattaccini di ser Fedocco, sono rime burlesche composte da lui tra l’ottobre 1560 e il gennaio 1561; esse parlano della famosa disputa che ci fu tra due noti letterati dell'epoca: Annibale Caro (1507-1566) e Ludovico Castelvetro (1505 – 1571).  
Tutto iniziò quando il marchigiano Caro scrisse nel 1533 “Venite all'ombra de' gran gigli d'oro”, una canzone in favore della casata reale francese dei Valois e il modenese Castelvetro la censurò letteralmente, dapprima privatamente poi pubblicamente. La disputa frai due divenne presto una vera propria guerriglia che durò per oltre un ventennio, alla quale parteciparono molti scrittori e intellettuali del tempo. Anti-francesi e anti-imperiali, iniziarono a schierarsi da una parte o dall'altra e dalla critica ad una canzone, si finì a litigare per varie cose tra cui la supremazia in Italia della lingua e della letteratura toscana.  
Il Caro sostenne la tesi antipetrarchista nei sonetti “I Mattaccini e la Corona”, scritti nel 1558 con tanta foga che ad un certo punto, la diatriba finì di essere solo verbale e provocò azioni assai violente. Quando il letterato Alberico Longo (sostenitore del Caro) fu assassinato, il Castelvetro fu accusato del suo assassinio e costretto a lasciare l'Italia.  
Il Caro, il quale se non gli fosse saltato in mente di dedicare una canzone ai Valois, sarebbe rimasto un illustre letterato sconosciuto, ottenne però dopo un grande successo, tanto da ricevere nel 1555 la Commenda di Malta; fu persino chiamato a lavorare dal cardinale Alessandro Farnese divenendo così famoso per aver fornito i soggetti mitologici da affrescare nella Villa Farnese di Caprarola ad opera del pittore Zuccari.  
Avendo anche il Bronzino lavorato per i Farnese, probabilmente ebbe modo di conoscere il Caro personalmente e come molti a quel tempo, provò interesse per la questione al punto da creare gli undici sonetti dei “Saltarelli dell'Abbrucia”. Essendo egli un artista che come Leonardo alla corte di Milano e l'Arcimboldo alla corte di Vienna, creava intrattenimenti per le feste dell'epoca (era al servizio del Granduca di Toscana Cosimo I), è probabile che s'imbarcò in tale lavoro proprio per divertire i suoi contemporanei.  
Deve però farci riflettere quanto impegno mise Bronzino per costruire delle rime perfette da dedicare ad una faccenda che oggi può solo apparire assurda perché i fatti della Storia si ripetono spesso e in futuro, forse anche i nostri posteri rideranno di quanto accalora noi.  
 
Alcuni sonetti tratti da  
I SALTERELLI DELL'ABBRUCIA SOPRA I MATTACCINI DI SER FEDOCCO  
I  
Mentre che 'l gufo ruguma, e la frotta  
gli cresce intorno degli scioperoni,  
Bertuccia, toi de' fogli e de' carboni,  
fammel da' piedi infin alla cicotta.  
Questa mi par la Brutta inculincotta.  
Dov'è la pelle? O questi drappelloni?  
Ecco il giudice, o Ribi, ecco i braconi;  
Maso ecco, Matteuzzo, e l'asse rotta.  
Tu l'hai schizzato? O buono! Or perch'e' paia  
più desso, to 'l colore e de' pennelli;  
finiscil tosto pria ch'altri il dibruche,  
ch'i corbi, e le cornacchie, e 'l Trentapaia  
ci si son volti e voglionlo in brandelli.  
Gli sta ben troppo! Or vo' che si conduche  
un che me lo riduche  
in istampa, e mandarne più d'un collo  
pel mondo, e ch'e' si venda a fiaccacollo.  
II  
La targa del Fedocco e la biscotta  
lama, provata a tutti i paragoni,  
fann'andar la trivella strasciconi,  
né più si ficca, anzi sdrucciola e smotta.  
E poi che minchiatarra e bergamotta  
ci arreca il Bratti ciarpa, i mascalzoni  
nostri aprir doverranno a' cicaloni  
e metter dentro gongole e pagnotta.  
O sprunate mai più questa callaia,  
e passisi alle verze e a' limonchielli,  
e ogn'erba e ogn'albero si sbruche.  
Pongasi fine a questa ciangolaia;  
e cavinsi le stanghe e' chiavistelli,  
o s'ardan gl'usci; e 'n qualche Marmeruche  
d'un catelano a buche  
vestite il parlar tosco, e por si vuollo  
con quattro filze di lingue a armacollo.  
(FAGR 13-3-11)