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PITTORI ITALIANI DEL RINASCIMENTO DI BERNARD BERENSON 
 
<Un prodotto dell'ingegno non è un'opera d'arte se non ci umanizza e riconcilia con la vita. Senza arte visiva, verbale e musicale, il nostro mondo sarebbe rimasto una giungla.>  
Tratto dalla prefazione di Bernard Berenson.  
 
I PITTORI VENEZIANI  
La maestria del colore è la prima cosa che attira verso i pittori veneziani. Fu la Chiesa a rendersi conto in anticipo su chiunque dell'importanza del colore e della musica nel suscitare emozioni. Caduto l'Impero Romano, essa usò i vivi colori dei mosaici bizantini per esaltare le sacre leggende della Bibbia e per istruire più facilmente la gente analfabeta di quel tempo al credo cristiano, nonchè anche per distorgliela da eventuali indagini critiche. Dopo i bei mosaici dei primi secoli dopo Cristo e le pitture giottiane del Trecento, nel Quattrocento fu Giovanni Bellini a collaborare mirabilmente a questo intento religioso raffinando ancora di più la tecnica pittorica del colore. I suoi dipinti mossero a profonda commozione e anche gli altri artisti veneti del secolo seguirono il suo esempio.  
In Italia nel XV sec. nacque un culto sconfinato per la gloria e la scienza: l'Umanesimo. Sarà la letteratura guidata da Francesco Petrarca a iniziare il profondo cambiamento sociale che porterà al Rinascimento, ma la pittura così ben ispirata, ne svilupperà immagini memorabili in grado di contribuire in maniera decisiva a rendere famoso il movimento. I sovrani del tempo desiderosi della stessa immortalità ottenuta dai potenti imperatori del passato, ottenuta principalmente dalla fama delle opere d'arte che promossero, si affidarono agli artisti per celebrarsi e pubblicizare alla maniera romana il proprio operato. In questo mutato cambiamento sociale se a Firenze rimasero più accademici studiando in generale tutte le discipline artistiche, a Venezia si si concentrerà maggiormente sulle ricerche coloristiche per dare più piacere visivo alle raffigurazioni. Come insegnato dalla Chiesa, era creare emozioni ciò che più contava e i pittori veneziani di fine Quattrocento, abbellirono le loro immagini sacre non soltanto con gli effetti coloristici, ma anche ricercando modelli più belli, d'aspetto sano e robusto, capaci di portare con dignità degli splendidi abiti in modo da esaltare le Madonne e i Santi richiesti dai commissionanti.  
Il culto della gloria a Venezia fu nel Cinquecento più vivo che mai e portò i veneziani a fare della loro città un meraviglioso monumento all'amore. I Dogi per la loro Repubblica scelsero temi in grado di esaltarli politicamente e le varie Corporazioni della città o Scole come venivano comunamente chiamate, commissionarono dipinti spledidi per pubblicizzarsi; i ricchi aristocratici veneziani inoltre, fecero a gara tra loro per abbellire le loro lussuose dimore e la pittura veneziana così, divenne la prima arte moderna, in quanto seppe rispondere più di ogni altra, ai bisogni della quotidianità di un popolo intero senza limitarsi a solo una classe privilegiata.  
La richiesta di dipinti per case private portò al successo delle opere di piccole dimensioni che si potevano facilmente spostare e ad eccellere in questo campo, fu il pittore Giorgione, il quale unì il suo amore per il colore alla liricità di Giovanni Bellini e alla vivacità del Carpaccio, i maestri da lui più ammirati. I suoi studi sul colore e il suo amore per la bellezza della poesia, lo portarono a un tale successo che in breve a Venezia, nessuno potè più lavorare non imitando il suo stile pittorico.  
Il desiderio di perpetuare per l'eternità la fama individuale, principale passione del Rinascimento, fece fiorire a Venezia il mercato di un meraviglioso prodotto dell'arte: il ritratto. In questo periodo storico infatti, i mecenati d'arte preferirono al busto scolpito, la vivacità del colore. Essendo la pittura ancora molto legata al rituale ecclesiastico, i ricchi signori si fecero all'inizio ritrarre nelle vesti di santi, ma in seguito si liberarono da ogni tutela. Giorgione e i suoi seguaci, tra cui spiccò il suo allievo Tiziano, dipinsero personaggi dall'aria di amici cordiali che prosperano in ambienti densi di atmosfere soavi.  
L'arte è sempre l'espressione di un determinato periodo storico. L'entusiasmo per il glorificare se stessi e il proprio casato, permise la nascita del Rinascimento, ma ben presto incominciò a calare nello scontrandosi con la dura realtà della vita. Lo strapotere spagnolo stava dilagando ovunque e la fede nelle capacità individuali, di conseguenza moriva a poco a poco schiacciato da tale fardello. In tutta l'Italia si scatenò angoscia e sconforto, ma Venezia fu l'unica a non farsi abbattere subito, nonostante fosse stata sconffita dalla Lega di Cambrai organizzata dagli Stati nemici, impoverita dai turchi e dal non essere più la sola ad avere scambi commerciali per l'apertura di nuove vie marittime. Lo spirito del Rinascimento se ne andò da questa città molto più lentamente, anche perché qui la Chiesa che in quel periodo aiutava la Spagna a tiranneggiare il mondo, poco poteva sulle decisioni del governo.  
Il primo tra i pittori veneziani ad avvertire il mutamento delle idee positive rinascimentali in forme negative, sarà Lorenzo Lotto. Le sue opere ci mostrano gente che ha bisogno d'essere confortata e desiderosa di benevolenza. In tarda età anche Tiziano che fu sempre pronto a servire gli spagnoli, prese atto del nuovo ordine delle cose e nei suoi quadri incomincerà a trasparire tutta la sua delusione. In pittura i massimi effetti di realtà sono dati dal chiaroscuro e quella di Tiziano prima gioiosa, diventò improvvisamente cupa, come si può ben vedere nel dipinto “Il pastore la ninfa” ora a Vienna. Tra il lavoro del giovane Tiziano del “Bacco e Arianna” e tale opera, vi è la stessa differenza dello Shakespeare di “Sogno di una notte di mezz'estate” e quello della “Tempesta”.  
L'ultimo grande pittore veneziano rinascimentale, Tintoretto, ebbe modo più di tutti di esprimere la nuova visione della vita senza delusioni, in quanto più giovane di Tiziano, crebbe nel periodo del cambiamento e gli fu più facile adeguarsi. Con grande padronanza del chiaroscuro, egli seppe esprimere tutta la poesia del suo animo. Mentre la Spagna si impadroniva di tutta l'Italia, questo pittore compì studi luministici per aumentare ancora di più attraverso il potere dei colori, le forti emozioni che rendevano più vive le storie della Bibbia e delle leggende mitologiche. Avendo Tiziano molto da fare con il suo lavoro, a Tintoretto capitò un gran numero di ritratti da eseguire e li dipinse gareggiando con lui in splendore di colori arrivando forse persino a superarlo.  
Berenson considera il Rinascimento come la giovinezza, un periodo pieno di entusiasmi in cui si pensa di poter risolvere tutti i problemi della realtà umana con le conseguenti delusioni scontate, sempre puntualmente in arrivo man mano che si matura.  
Quando Venezia fu verso il declino, cominciò ad attrarre pittori provinciali come il Veronese e il Bassano che ebbero grande successo. L'amore dei veneziani verso la bellezza sensuale, fece sì che la pittura si svuotasse dei contenuti intellettuali per lasciare il posto predominante alla piacevolezza dei colori. Anche la Chiesa si adeguò a questa tendenza, infatti il Veronese lavorò moltissimo per i capi religiosi cattolici.  
Jacopo Bassano fu invece il primo pittore moderno di paesaggi, in quanto ritrasse la natura com'era in anticipo su tutti gli altri artisti e ciò gli procurò molte commissioni perché l'amore per la campagna dei veneziani era immenso, difatti vi si rifugiavano appena potevano.  
Prima della definitiva caduta della Repubblica, a Venezia vi furono altri artisti che meritano un posto d'onore nella storia dell'arte. Nel XVIII secolo la città lagunare era ancora la più splendida e luminosa del mondo e seppure sotto il suo fasto ci fosse del gran vuoto come del resto anche da tutte le altri parti del mondo, a suo modo seppe ancora brillare di luce propria. Il pittore Pietro Longhi illustrò la gente veneziana nelle loro occupazioni e nelle loro abitazioni eleganti come se non avessero un problema al mondo, ma i problemi esitevano, eccome. Il Settecento fu però un secolo pieno di fiducia verso il futuro. Ogni forestiero che visitò Venezia volle portarsi a casa un ricordo e questo favorì l'arte del pittore paesaggista Canaletto, il quale illustrò la città lagunare con grande senso dello spazio rendendo benissimo l'atmosfera. Negli ultimi anni del secolo operò anche il Guardi che dipinse vedute più piccole con maggior predilezione per il senso del pittoresco dando grande importanza agli effetti istantanei, anticipando in tal modo i pittori romantici e impressionisti dell'Ottocento.  
Ma per quanto il Longhi, il Canaletto e il Guardi fossero pittori piacevoli, la loro pittura mancava d'energia. Il Tiepolo invece fu di un grado superiore. Ispirandosi ai vecchi maestri, soprattutto al Veronese, dipinse personaggi altezzosi vestiti con grande magnificenza. Egli si adeguò a quel mondo sbagliato, ma il suo senso del colore, della forza e del movimento, fornì un nuovo impulso all'arte. L'artista lasciò opere in Spagna che ispirarono i colleghi del posto e ebbe anche grande influenza su parecchi pittori francesi. La pittura veneziana con iu suoi studi approfonditi sul colore prima di spegnersi, ispirò persino artisti fiamminghi come Rubens e inglesi come Reynolds, i quali fecero scuola nei loro paesi perciò in sintesi si può ben dire, che spianò la strada alla modernità.  
(FAGR 11-10-09)  
I PITTORI FIORENTINI  
Al contrario degli artisti veneti che ebbero significato nella storia dell'arte solo come pittori, quelli fiorentini furono capaci oltre che a dedicarsi alla pittura, anche di divenire scultori ed architetti eccellenti; i pittori fiorentini furono inoltre più numerosi nel raggiungere le vette del successo per le numerose innovazioni che riuscirono portare nel campo artistico.  
La prima importante personalità della pittura fiorentina fu Giotto, il quale seppe per primo stimolare la coscienza tattile (come Bereson chiama l'immaginazione). Egli con i mezzi semplicissimi che possedeva, usando chiariscuri rudimentali in disegni dalle linee tracciate solo per l'essenziale, raggiungeva sempre comunque il suo scopo di comunicarci le sue emozioni e colpire i nostri cuori (tale capacità viene chiamata dal critico d'arte: "essenziale pittorico"). Lo stile pittorico fiorentino nacque da lui; esso rinuncia a molti aspetti suggestivi piacevoli agli occhi (ad esempio come dare sensualità ai protagonisti di un quadro) per concentrarsi di più sulla forma del disegno che fu sempre la parte più studiata dai un pittori toscani (in veneto si usava non eseguire il disegno preparatorio e si lavorava solo con  
i colori stendendoli direttamente sulla tela).  
Nella storia dell'arte dopo Giotto, nessuno ebbe più le sue capacità fino ad arrivare a Masaccio; gli artisti che vissero in questo lungo intervallo di tempo, seppure seguissero lo stile giottesco, davano opere senza l'essenziale pittorico che colpiva l'osservatore. Tipico pittore della transazione tra Medioevo e Rinascimento, fu il Beato Angelico. Egli impiegò tutte le risorse della sua arte per rappresentare la felicità con l'estatica fiducia nella Bontà divina; non seppe mai rappresentare il male, tanto che i suoi inferni sembravano paesi di folletti e i suoi martiri, possedevano espressioni simili a quelle delle recite dei ragazzi.  
Sarà Masaccio a rinnovare di nuovo la pittura fiorentina (Berenson afferma che potrebbe essere stato un Giotto rinato per ripigliare il lavoro da dove l'aveva lasciato). Questo artista era dotato di grande intuito per il significativo e seppe dare vigoria ai corpi con una ricerca nel reale straordinaria. Lo storico d'arte afferma che Michelangelo seppure in gara con lui in grandezza per gli studi nella realtà plastica (movimenti dei corpi), per quanto riguarda il significativo, deve accontentarsi del secondo posto. Le figure di Michelangelo sono troppo possenti per poter esprimere delle emozioni come quelle ritratte da Masaccio.  
Dopo Masaccio i pittori fiorentini che compirono progressi nelle direzioni da lui indicate furono: Antonio Pollaiolo, Andrea Verrocchio e Alesso Baldovinetti; quest'ultimo, il più anziano dei tre, fu a capo dell'arte fiorentina tra il 1460 e il 1490. Tuttavia il Pollaiolo e il Verrocchio furono più dotati di Baldovinetti; il primo seppe sviluppare ogni aspetto delle arti della figura esaltandone il senso vitale e il secondo, fu un vero innovatore della raffigurazione paesaggistica.  
Il Verrocchio capì che anche il paesaggio doveva creare emozioni e stimolare l'immaginazione e mentre prima veniva sempre trascurato nei dipinti, da lui in poi, prese sempre più importanza. Nessuno poté superarlo in questo genere finchè il suo giovane allievo Leonardo da Vinci non crebbe.  
Dopo questi artisti seguaci di Masaccio, Bereson è tentato di passare direttamente a Leonardo e Botticelli, ritenendo gli altri di poco conto, ciononostante cita Domenico Ghirlandaio e Benozzo Gozzoli, anche se senza entusiasmo, spaziando tra definizioni come: senza ombra di significato pittorico e poco più della mediocrità.  
Bereson si toglie poi il cappello di fronte a Leonardo di cui dice che nessuno può rimprovere il fatto del suo dipingere poco, giacchè usò la sua energia per molto più che dipingere per indagare su tutti i campi della scienza.  
Di Sandro Botticelli afferma che mai apparve nel mondo della pittura europea, un artista tanto indifferente a ciò che rappresentava per il troppo concentrarsi nei modi della rappresentazione. Lo definisce il maggior pittore di disegno lineare che l'Europa abbia mai avuto. Forse ebbe rivali in oriente, ma nell'occidente nessuno come lui seppe stimolare l'immaginazione attraverso le linee delle sue figure. A lui non importava il soggetto, ma solo che comunicasse vitalità e valori tattici.  
Dopo Leonardo e Botticelli, il critico afferma che a Firenze solo Michelangelo fu loro erede. Egli capì l'importanza del nudo umano per studiare le forme. Il nudo esalta il senso vitale ed è l'oggetto più significativo del mondo umano.  
Lo studioso termina dopo con l'elenco dei pittori fiorentini che non stima. Il talento artistico di Bronzino, Fra Bartolomeo, Pontormo, Andrea del Sarto, bruciò nella smania di bravura, corroso da manie accademiche. Avrebbe potuto dare molto e invece si perse e degenerò con la creazione di opere deludenti.  
(FAGR 10-10-10)