PITTURA OMNIA 
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PITTURA ROMANA 
 
A causa dell'usura del tempo davvero poco ci è rimasto della pittura romana, ma ne sappiamo un po' di più di quella greca (vedi pittura greca), soprattutto per la terribile eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d. C. che ricoprì interamente di lava le città di Ercolano e Pompei, celando i capolavori pittorici ai capi di governo cristiani ben decisi adistruggere tutto quanto ricordava l'Impero Romano. Naturalmente ciò che rimane di queste città tornate alla luce con degli scavi nel Settecento, può darci solo un'idea approssimativa della pittura romana perché vi si scopre solo la vita dei piccoli centri, il mondo dei ricchi mercanti e dei patrizi fuori dalle alte cariche pubbliche e non vi è quindi nulla delle opere storico-trionfali ricordate dagli scrittori che furono fatte a Roma.  
Oltre a Ercolano e Pompei, un'altra discreta fonte per darci indizi sulla pittura romana sono le tombe etrusche. L'antico popolo situato nell'Italia centrale da cui sorse quello romano, poneva i luoghi funebri nei sotterranei dove la resistenza al tempo si dimostrò migliore e il ritrovarle per i cristiani fu più difficile.  
Dall'arte etrusca siamo venuti a conoscenza che l'influenza greca (detta ellenica dal secolo XIX quando lo storico tedesco J. G. Droysen usò per la prima volta il nome di un popolo della Tessaglia, il cui re capostipite fu Elleno, nell'indicare i greci nella loro totalità di stirpi) aveva messo radici profonde in Italia prima ancora della nascita di Roma. Le pitture con dei e eroi ellenici, facevano già parte de mondo romano prima che essi iniziassero a pensare di muoversi per sottomettere la Grecia, la quale in Italia aveva colonie solo nel sud. In seguito la potenza di Roma già amante del gusto greco, si lascerà vincere totalmente dalla cultura degli sconfitti e pur mantenendo l'antica religione dei latini (un animismo astratto che vedeva geni in tutte le cose, oggetti, animali, piante, luoghi, costumi etc...), adotterà gli dei greci rielaborandoli nelle personalità per sentirli più vicini.  
Sappiamo che i romani apprezzarono soprattutto ciò che nella mitologia ellenica sembrò più reale e questo, è ciò appare più evidente nelle decorazioni pittoriche rimastoci.  
Afrodite (nome romano Venere) sarà ritratta non più come una dea, ma come una qualsiasi donna che si pettina e accudisce il figlio; la passionalità umana prenderà possesso dell'animo di ogni divinità che verrà dipinta; una marcata tendenza verso la bestialità come se essa fosse entrata negli uomini dominandoli, viene notata con l'apparire nelle raffigurazionbi di figure metà umane e meta animali, muniti di corne taurine; infine vi sarà una prepotente invasione del bambino in pittura, mai prima piaciuto. I dipinti si riempiranno di fanciulli che giocano, corrono solcano le onde del mare come in una ricerca disperata di allegria ad ogni costo. L'unico putto che appare nell'arte greca è il dio Eros, ma esso non venne raffigurato spesso, in quanto come rappresentante della passionalità umana veniva disprezzato. I Romani invece lo amarono smisuratamente, segno di un diverso modo di considerare la vita.  
Gli dei greci anche se accettati, rappresentarono comunque la religione di un popolo vinto e a causa di ciò, essi furono svuotati dei significati originari nonché filtrati dal realismo innato della gente di Roma. Venne così prediletta ogni divinità tenuta in poco conto in Grecia, oltre a Venere e Eros, vi fu Dionisio (nome romano Bacco) a cui si dedicarono molte feste, dette baccanali. A Pompei ed Ercolano i riti a Dionisio furono i più raffigurati (da ammirare soprattutto quello della Villa dei Misteri a Pompei). Questi riti divennero con il tempo così sfrenati, da indurre il Senato romano a bandirli, senza ottenere però una grande obbedienza in quanto si continuarono a fare di nascosto.  
Vitruvio scrisse che nella tarda età repubblicana, ebbe largo successo la megalografia, cioè la pittura di grandi dimensioni effettuata su pareti con cicli epici e storie di divinità, ma nulla è giunto fino a noi.  
La pittura romana si differenzia da quella greca oltre che per lo scadere del lato poetico a favore del realismo, anche per il modo di raccontare rapido ed efficace e questa particolarità, è ben visibile nella sala absidata della Domus Area dell'epoca di Nerone, tramite i dipinti di alcuni episodi mitologici.  
I bravi pittori di Ercolano e Pompei non firmarono mai le loro opere e sono a noi sconosciuti perché nei tempi antichi non si usava immortalare il nome dell'artista sulle opere. I pochi artisti che conosciamo lo dobbiamo agli storici. Plinio il Vecchio ad esempio, ci indica nella sua "Storia naturale" (XXXV,121), un pittore di nome Fabullus e questi per essere stato citato, corrisponde (come per Polignoto in Grecia), all'essere uno dei divi del pennello della pittura romana.  
(FAGR 4-9-10)