PITTURA OMNIA 
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PIERO DELLA FRANCESCA 
 
Piero della Francesca nacque tra il 1416 e il 1420 a Borgo San Sepolcro, da Benedetto de’ Franceschi, calzolaio e conciapelli, e da Romana di Pierino da Monterchi. Il nome de’ Franceschi si mutò presto in della Francesca. Un documento del 1439 lo cita fra i collaboratori di Domenico Veneziano per affreschi eseguiti in Sant’Egidio a Firenze (“Storie della Vergine” purtroppo andati perduti). Il suo apprendistato presso il maestro potrebbe risalire al 1435. 
Attivo fra l’attuale Sansepolcro e le corti raffinate di Urbino e Rimini, il pittore è il più rigoroso interprete della visione prospettico-spaziale del Rinascimento fiorentino. Egli fece della sua opera una sintesi fra pittura italiana e quella nordica, soprattutto fiamminga. Le notizie sul suo periodo fiorentino sono scarse perché preferì rimanere lontano da Firenze e dalle sue crescenti tensioni polemiche. Tra i meriti di Piero della Francesca c’è quello di aver divulgato la riforma in senso prospettico della pittura fiorentina, nella Toscana orientale, a Ferrara, in Romagna e specialmente nelle Marche settentrionali, contribuendo a formare ad Urbino quel nuovo polo culturale da cui irradierà poi l’arte di Bramante e Raffaello. E’ solo con questo artista che il Rinascimento intorno al 1475 avrà il suo primo trattato di prospettiva corredato da illustrazioni, il De prospectiva pingendi, a uso dei pittori. Con la diffusione del libro, i pittori cominciarono a costruire prospettive di un severo rigore matematico, creando spazi di grandissima profondità. 
La sua clientela non era sempre aristocratica, talvolta era borghese e talvolta popolana. Furono i ricchi mercanti Bacci di Arezzo ad affidare al maestro borghigiano i lavori di completamento della decorazione della cappella di famiglia nella chiesa di San Francesco ad Arezzo. Bicci di Lorenzo aveva iniziato a dipingerla nel 1447, ma cinque anni dopo morì senza portarla a termine. Fu allora che il compito venne affidato a Piero, che vi lavorò a più riprese fino al 1466, quando un documento dava già per completata la cappella. Il ciclo di affreschi  della Leggenda della vera croce ad Arezzo, è l’opera più complessa e importante tra quelle conservatesi di Piero della Francesca. Quattro riquadri maggiori, quattro minori e due lunette contengono dieci scene, alle quali si aggiungono alcune figure sullo sfondo del coro e sulle laterali. L’argomento è desunto dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine, che fino al Seicento offrì numerosi spunti tematici agli artisti.  
La visione dell’arte di Piero si basa sul concetto platonico dell’armonia basata sul numero, universalmente accettata da matematici e intellettuali rinascimentali, ed egli ricercherà questa armonia continuamente nelle sue opere, ben cosciente che solo la prospettiva può realizzare uno spazio armonico. Nell’ultima fase della sua attività, questo grande pittore riserverà un’attenzione particolare ai valori della luce, alle trasparenze, creando riflessi e bagliori, rivelando una capacità di rimettersi in gioco, sotto la spinta delle novità del nuovo naturalismo portato dal Verrocchio e dal giovane Leonardo. Piero della Francesca morirà il 12 ottobre del 1492, stessa data in cui Colombo scoprì l’America.