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LA DONNA CHE GUARI' ATTRAVERSO L'ARTE 
 
Che occuparsi di arte aiuta a stare bene con se stessi è ormai risaputo, infatti si conoscono molti artisti che hanno trovato la forza di vivere in tal modo pur trovandosi in dure avversità e tra questi vi è anche la pittrice tedesca di origini ebraiche Charlotte Salomon (1917-1943). Lei ebbe profonde crisi depressive, ma ne uscì grazie all'arte pittorica. Di sconvolgimenti nella sua vita ve ne furono parecchi: perse la madre a nove anni; s'iscrisse all'accademia di Belle Arti di Berlino, ma non poté continuare gli studi per via delle leggi razziali; dovette vedere che tolsero al padre Albert, medico chirurgo, il diritto di esercitare la sua professione e anche il suo internamento in un campo di concentramento. Charlotte andò dopo a vivere in Francia con i nonni, ma non ci fu pace nemmeno lì  per lei perché quando la nonna tentò di uccidersi la prima volta (morirà al suo secondo tentativo di suicidio), scoprì che anche sua madre e altre parenti donne della sua famiglia si erano suicidate. Come se non bastasse, in più da alcune sue pagine ritrovate si deduce che abbia subito delle molestie sessuali da parte del  nonno. Eppure questa pittrice vinse il dolore della sua vita, s'innamorò di un rifugiato tedesco, Alexander Nagier, lo sposò e trovò la forza di immortalare in immagini l'olocausto. Tutta la produzione artistica di Charlotte dallo stile ispirato ai capolavori di Vincent van Gogh, Chagall e Munch, è contenuta in 1325 fogli realizzati tra il 1940 e il 1942 con la tecnica del “guazzo, nei quali ella racconta la sua esistenza a partire dai primi nove anni felici con la mamma, fino alla fuga dal nazismo e all'arresto. Dipinse le sue opere con solo tre colori (rosso, blu e giallo), vi scrisse sopra anche dei commenti riguardo vari argomenti come l'ascesa del nazismo in Germania e il potere di Hitler. Decise di guarire con l'arte pittorica dal vittimismo in cui era caduta e lo fece, ma nulla poté contro le barbarie del suo tempo. Venne infatti caricata a forza su un treno con il marito mentre era incinta e morirà a soli 26 anni in una camera a gas del campo di sterminio di Auschwitz, il giorno stesso che vi arrivò. Avendo intuito la terribile aria che tirava, la coppia si stava preparando a fuggire dalla Francia per cui la pittrice riuscì a salvare i suoi lavori artistici affidandoli ad un amico. Oggi sono tutti conservati al Museo ebraico storico di Amsterdam. 
(FAGR 19-03-2021)