PITTURA OMNIA 
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I "NON-AFFRESCHI" DI LEONARDO DA VINCI 
 
A Leonardo da Vinci la tecnica della pittura ad affresco non fu mai congeniale, prima di tutto perché essa non permette nessun ripensamento, processo mentale che fu invece sempre in atto nel suo super cervello, inoltre negli affreschi il colore una volta steso, viene assorbito completamente nell’intonaco umido perciò in caso di errori, bisogna attendere il giorno dopo quando ormai è asciutto per distruggere la parte sbagliata e ricominciare, uno spreco di tempo questo, davvero poco adatto a lui, il quale si sa, si sperdeva già da solo in mille lavori differenti. Quando dipingeva poi, il genio toscano adorava fare ritocchi e rifiniture in modo da sperimentare i diversi tipi di pennellate o in ogni caso, tutto quanto gli passava per la mente di studiare. La sua avversione verso la pittura muraria non gli impedì comunque di accettare due commissioni: la prima a Milano per Ludovico il Moro nel 1495, dove realizzò la famosissima “Ultima Cena”; la seconda a Firenze nel 1503 per il Confaloniere della Repubblica fiorentina Pier Soderini, quando incominciò a dipingere la “Battaglia di Anghiari” senza però riuscire a portarla termine. Entrambe queste due opere sono oggi celebri sia per le innovazioni artistiche introdotte in pittura che per i disastri accaduti già mentre si eseguivano. Possiamo ben dire che Leonardo in vita sua non fece mai un affresco, in quanto accettò questi lavori solo per poter sperimentare nuovi modi di affrescare, quindi già con la precisa intenzione di realizzarli alla sua maniera, ovvero senza l’uso della reale tecnica in uso già da secoli. Nell’ "Ultima cena" egli dipinse a secco con la tradizionale tempera all’uovo trecentesca, con il risultato che il dipinto prese a scrostarsi fin da quasi subito (in un cartaceo si dice dopo soltanto pochi mesi); per la Battaglia di Anghiari invece, memore del fallimento milanese, il grande maestro decise di utilizzare la pittura ad Encausto tipica dell’era romana. Se avesse però seguito la tecnica dell’Encausto scrupolosamente, l’opera sarebbe riuscita perfettamente, ma il da Vinci non poteva proprio fare a meno di inventare qualcosa di nuovo e pensò bene di fare delle modifiche aggiungendo dell’olio di noce, il quale gli permise è vero di fare sfumature e di dipingere con facilità sul momento come desiderava, ma quando dovette con il calore del fuoco far assorbire il colore all’interno del muro (come richiesto nella lavorazione ad encausto), questo tipo di olio fece colare tutti i colori e rovinò completamente il suo capolavoro pittorico. Se solamente avesse fatto delle prove di esecuzione prima della reale realizzazione (magari usando i suoi allievi), poteva risparmiarsi l'insuccesso pubblico e noi probabilmente saremmo stati in grado oggi di ammirare questa sua opera da vicino, ma purtroppo il grande genio era sempre di fretta perché doveva guadagnarsi da vivere e contemporaneamente, cercare di non rubare del tempo alle sue nuove invenzioni. Fortunatamente al contrario di lui, Giotto e Masaccio, i due grandi rivoluzionari della pittura precedenti a Leonardo, furono più pittori che scienziati o non sarebbe rimasto più nulla ai posteri di quanto cambiò l'arte pittorica (in passato ogni dipinto scrostato veniva distrutto e ricoperto con un altro); accanto a sé essi non avevano avuto neanche infiniti artisti accorsi da tutta Italia per ammirare e copiare il loro lavoro (i seguaci del da Vinci salvarono attraverso delle copie i capolavori andati perduti del maestro), per cui la loro lezione sarebbe sparita senza lasciare tracce e nessuno (nemmeno Leonardo) sarebbe stato in grado dopo di trarne vantaggio.  
(FAGR 4-7-13)